Le conseguenze dell’annullamento o del rinvio degli spettacoli a causa dell’emergenza Covid-19

Nel settore dello spettacolo si è posto immediatamente il problema di fronteggiare le conseguenze giuridiche dell’annullamento o del rinvio degli spettacoli e delle manifestazioni per finalità di ordine pubblico nell’ambito della “filiera” dello spettacolo dal vivo che muove dall’artista all’agente/produttore e da questi all’organizzatore/promoter locale fino allo spettatore, acquirente del biglietto. In questa sequenza, ciascun soggetto è rispettivamente creditore e debitore per le rispettive prestazioni di fare e far fare e di pagare. In particolare, le problematiche più urgenti sono apparse:

  1. se l’ordine adottato dall’Autorità che impone l’annullamento delle manifestazioni pubbliche in ragione della pandemia da Covid-19, possa inquadrarsi tra quelle cause di forza maggiore che escludono la responsabilità dei soggetti coinvolti nella produzione, nella organizzazione e nella vendita/acquisto dello spettacolo;

  2. su chi grava il c.d. “rischio della prestazione” con riferimento al rapporto tra produttore dell’evento e organizzatore/local promoter e a quello tra organizzatore/local promoter e spettatore ?

  3. cosa accade in caso di rinvio e in che termini è considerato tale e non annullamento ?

  4. lo spettatore che non possa o non voglia partecipare allo spettacolo rinviato, ha diritto alla restituzione del costo del biglietto ?

La disciplina della rilevanza della forza maggiore quale causa di esclusione della responsabilità del debitore che, per ciò, non adempie totalmente o adempie in modo non esatto la propria obbligazione è contenuta negli artt. 1218 e 1256 c.c. oltre che nell’art. 1463 c.c..

L’art. 1218 c.c. prevede infatti che “Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile“. In forza di quanto evidenziato, solo l’impossibilità assoluta, cioè insuperabile, ed oggettiva, riconoscibile in base a criteri obiettivi è idonea a liberare il debitore.

Per questo motivo, la norma in commento deve essere letta congiuntamente all’art. 1256 c.c. che, per l’effetto, dispone che “ L’obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile. Se l’impossibilità è solo temporanea, il debitore finché essa perdura, non è responsabile del ritardo nell’adempimento. Tuttavia l’obbligazione si estingue se l’impossibilità perdura fino a quando, in relazione al titolo dell’obbligazione o alla natura dell’oggetto, il debitore non può più essere ritenuto obbligato a eseguire la prestazione ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla”.

In buona sostanza, gli artt. 1218 e 1256 c.c. in materia di responsabilità contrattuale stabiliscono espressamente che il debitore è responsabile per l’inadempimento della propria obbligazione fino al limite della possibilità della prestazione. In altre parole, l’impossibilità sopravvenuta, che può essere temporanea o definitiva, della prestazione, non è imputabile al debitore che dimostri che la stessa sia divenuta impossibile per un fatto a lui non imputabile.

Sul punto, la giurisprudenza di legittimità ha in più occasioni precisato che l’impossibilità della prestazione che libera il debitore dall’obbligazione deve essere obiettiva, assoluta e riferibile al contratto e alla prestazione contemplata e deve consistere non in una mera difficoltà, ma in un impedimento obiettivo e assoluto, che non può essere rimosso. Per questo motivo, l’impossibilità sopravvenuta definitiva o temporanea della prestazione produce gli effetti estintivi o dilatori:

  • se deriva da una causa che ha natura esterna e carattere imprevedibile secondo la diligenza media (cfr., ad esempio, Cassazione civile, 10 giugno 2016, n. 11914),

  • oltre ad essere sopravvenuta perché manifestatasi in un momento successivo rispetto al tempo in cui l’obbligazione è sorta.

In altre parole, affinché l’obbligazione possa estinguersi in capo al debitore è necessario che le cause obiettive, concrete, assolute e sopravvenute scaturiscano da: caso fortuito e forza maggiore. Il primo ricorre a fronte di un evento imprevedibile ed inevitabile come, per ipotesi, le calamità naturali; la seconda ricorre invece a fronte di eventi, generalmente ricondotti al fatto di un terzo ovvero all’ordine dell’autorità e rispetto ai quali il debitore non può opporre resistenza.

L’ordine dell’autorità (il c.d. factum principis) può, a sua volta, avere natura più varia; una particolare ipotesi è quella relativa al caso in cui quest’ultimo trovi la propria fonte in una ordinanza contingibile e urgente.

Le ordinanze contingibili e urgenti sono provvedimenti amministrativi a contenuto atipico e a carattere temporaneo, dotati, per loro stessa natura, di capacità derogatoria dell’ordinamento giuridico. Tali provvedimenti vengono emanati per fronteggiare situazioni caratterizzate da eccezionale urgenza, in tutti quei casi in cui l’Amministrazione verifichi preventivamente che la situazione concreta sia tale da non consentire l’utile e tempestivo ricorso alle alternative ordinarie offerte dall’ordinamento. Poiché dunque lo strumento delle ordinanze contingibili e urgenti reca con sé l’inevitabile compressione di diritti ed interessi privati con mezzi diversi da quelli tipici indicati dalle legge, la loro adozione è condizionata al ricorrere di precisi presupposti che devono sussistere per consentire la deviazione dal principio di tipicità degli atti amministrativi.

In materia, la giurisprudenza di legittimità ha precisato che l’ordine dell’autorità produce effetto estintivo dell’obbligazione quando costituisce un fatto totalmente estraneo alla volontà dell’obbligato e ad ogni suo obbligo di ordinaria diligenza. In altre parole, l’ordine dell’autorità, idoneo ad escludere la imputabilità dell’inadempimento può individuarsi in un provvedimento legislativo e amministrativo dettato da interessi generali che renda impossibile la prestazione indipendentemente dal comportamento dell’obbligato.

Volendo riassumere brevemente: l’ipotesi della forza maggiore si configura nei casi in cui ricorra un’ordine dell’autorità. L’imputabilità dell’inadempimento in capo al debitore è esclusa laddove l’ordine o il divieto dell’autorità sia dettato da interessi generali, cosicché la prestazione diviene impossibile per causa di forza maggiore e cioè indipendentemente dal comportamento dell’obbligato.

Nel caso della i divieti di esecuzione degli spettacoli adottati prima a livello locale, poi a livello nazionale, integrano l’ipotesi della causa di forza maggiore e, quindi, un’impossibilità della prestazione ai sensi dell’art. 1256 c.c., non riconducibile né alla volontà del produttore nei confronti del local promoter, né alla volontà del local promoter nei confronti del potenziale spettatore, che anzi “subiscono” l’ordine dell’autorità al pari di quest’ultimo che non potrà fruire dello spettacolo.

Occorre adesso spostare l’attenzione sulle possibili conseguenze derivanti dall’impossibilità di adempiere per causa di forza maggiore, distinguendo a seconda:

  • che tale impossibilità si presenti come temporanea ovvero definitiva;

  • che si verta nel rapporto fra imprenditori (artista, agente, produttore, organizzatori) o fra questi e lo spettatore;

  • che il rapporto fra imprenditori disciplini per contratto la fattispecie della forza maggiore e ne regoli le conseguenze.

Quanto all’impossibilità temporanea della prestazione, già s’è detto che le ordinanze contingibili e urgenti sono provvedimenti eccezionali e temporanei, nella misura in cui dettano delle prescrizioni e dei divieti che sono destinati a durare per un tempo limitato e, comunque, non oltre la durata della situazione di pericolo da fronteggiare.

Per questo motivo, se la situazione emergenziale venisse meno anzitempo, la prestazione dapprima divenuta impossibile per causa di forza maggiore, potrebbe tornare ad essere possibile quindi nuovamente esigibile da parte del creditore (local promoter o spettatore); ciò a condizione che il termine pattuito per l’adempimento non sia già scaduto e salvo il diritto sia del debitore che del creditore ad un tempo ragionevole per prepararsi ad effettuare e ricevere la prestazione dopo la pausa della “sospensione”.

Se l’emergenza da Covid-19 e, con essa, il termine di vigenza del divieto, dovessero rientrare prima della data dello spettacolo, la prestazione del produttore e del local promoter a sua volta, potrebbe tornare esigibile, con conseguente riviviscenza dell’obbligo in capo a questi ultimi, fatto salvo il caso in cui il medesimo obbligo debba ritenersi estinto in relazione al titolo dell’obbligazione o al contenuto della prestazione e sempre che il creditore (local promoter verso produzione e spettatore verso local promoter) abbia ancora interesse all’adempimento o questo sia realizzabile in concreto, visti i tempi di predisposizione e allestimento dello spettacolo; pena, l’impossibilità definitiva della prestazione e conseguente applicazione della disciplina della impossibilità totale della prestazione.

Ebbene, con riferimento all’impossibilità definitiva nei contratti con prestazioni corrispettive, l’art. 1463 c.c. prevede che “Nei contratti con prestazioni corrispettive, la parte liberata per la sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta non può chiedere la controprestazione, e deve restituire quella che abbia già ricevuta, secondo le norme relative alla ripetizione dell’indebito”.

La norma intende quindi risolvere proprio il problema del c.d. rischio e pericolo nelle obbligazioni corrispettive (o, più semplicemente, il problema del rischio della controprestazione) per cui, se da un lato conferma il principio sancito nell’art. 1256 c.c. dell’estinzione dell’obbligazione la cui prestazione è diventata impossibile per una causa non imputabile al debitore, dall’altro lato stabilisce che il danno derivante dall’impossibilità della prestazione di un’obbligazione ricade sul debitore stesso che, non solo perde il diritto alla controprestazione, ma, per l’ipotesi in cui l’avesse già ricevuta, è tenuto a restituirla in forza di quanto previsto in materia di divieto di arricchimento unilaterale. Tale ultima ipotesi è contemplata anche dall’art. 2033 c.c. che in materia di “indebito oggettivo” dispone che “chi ha eseguito un pagamento non dovuto ha diritto di ripetere ciò che ha pagato. Ha inoltre diritto ai frutti e agli interessi dal giorno del pagamento, se chi lo ha ricevuto era in mala fede, oppure, se questi era in buona fede, dal giorno della domanda”.

La norma in commento si fonda sul principio per cui ogni adempimento deve essere giustificato; o meglio, ogni prestazione deve essere effettuata in base ad una causa. Per cui, in mancanza, le prestazioni non sono dovute e colui che le ha ricevute deve restituirle.

Questa disciplina trova applicazione anche al caso di specie, in cui l’obbligazione originariamente valida ed efficace, viene meno a causa della sua impossibilità sopravvenuta. Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha qualificato come ripetizione di indebito anche la domanda avente ad oggetto la restituzione di somme pagate in base ad un titolo la cui inesistenza sia sopravvenuta (in termini, ad esempio, Cassazione civile, sez. III, 4 aprile 2014, n. 7897).

Quindi, se l’ordine dell’autorità determina l’impossibilità totale della prestazione, i rapporti contrattuali esistenti si estinguono “per impossibilità sopravvenuta” della prestazione non imputabile al debitore ai sensi degli artt. 1218 e 1256 c.c.

Ne consegue, per l’art. 1463 c.c., che la parte liberata per la sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta (il debitore produttore verso il local promoter e il local promoter verso lo spettatore):

  • se non ha ancora ricevuto la controprestazione, non potrà chiederla;

  • se, invece, l’ha già ricevuta, anche solo in parte (per esempio, attraverso l’acquisto da parte dello spettatore della sola “prevendita” o l’acquisto da parte del local promoter dello spettacolo e della relatività attività di organizzazione), allora dovrà restituirla in forza di quanto espressamente previsto in materia di indebito oggettivo ai sensi dell’art. 2033 c.c..

Occorre ora chiedersi cosa comporti l’impossibilità dell’adempimento per causa di forza maggiore nei rapporti contrattuali e a prestazioni corrispettive tra:

  • local promoter e utenti, vale a dire i “potenziali” spettatori che hanno acquistato il biglietto;

  • produttore e local promoter:

    • sia nel caso in cui intercorra tra le parti una regolamentazione espressa del loro rapporto,

    • sia nel caso in cui tale regolamentazione difetti.

Nel rapporto tra local promoter e utenti, vale a dire i “potenziali” spettatori, dovranno necessariamente trovare applicazione i principi generali stabiliti dal codice civile. Eventuali pattuizioni derogatorie volte ad escludere il regime della ripetizione dell’indebito oggettivo, sarebbero vessatorie ai sensi di quanto previsto dal Codice del Consumo si applica nel rapporto in esame in forza delle particolari qualifiche soggettive rivestite dalle parti: l’utente quale consumatore, il local promoter quale professionista/produttore.

Sul punto, ricorre quanto previsto in materia di nullità di protezione dagli articoli 33 e 36 del Codice del Consumo (d.lgs. 206/2005): l’art. 33, lett. b), indica tra le clausole che si presumono vessatorie – e, quindi, nulle perché squilibrate a danno del consumatore – quelle che hanno l’effetto di “b) escludere o limitare le azioni o i diritti del consumatore nei confronti del professionista o di un’altra parte in caso di inadempimento totale o parziale o di adempimento inesatto da parte del professionista”, anche laddove le medesime siano oggetto di trattativa, in forza del successivo articolo 36.

Diversamente, con riferimento al rapporto tra produttore e local promoter, prevarrà e si applicherà la disciplina che le parti avranno con ogni probabilità concordato nel loro contratto per il verificarsi di tale ipotesi (la causa di annullamento per forza maggiore).

Al riguardo, nei rapporti fra imprenditori o, comunque, in quelli che non coinvolgono un “consumatore”, la disciplina legale appena descritta può essere derogata. In tal senso, ad esempio, Cass. civ., sez. III, 23 giugno 1984 n. 3964, per cui “Allorquando le parti inseriscono nello schema ordinario di un contratto tipico un coefficiente di incertezza di tale rilevanza, per il rischio cui i contraenti vengono esposti, da dover ritenere che l’assunzione dell’alea sia estesa ad ogni fatto incidente su di essa, le norme sulla sopravvenuta impossibilità  della prestazione e sulla eccessiva onerosità  della stessa non sono invocabili dalla parte in danno della quale si sia risolto l’evento incerto”.

Nell’ipotesi che credo residuale in cui non c’è contratto o il contratto non regola il rinvio o l’annullamento per causa di forza maggiore, dovranno trovare applicazione i principi generali sanciti dal codice civile, per cui sul produttore obbligato nei confronti del local promoter graverà il “rischio” della controprestazione.

In ossequio a quanto previsto dal combinato disposto degli artt. 1218, 1256, 1463 e 2033 c.c. l’impossibilità dell’adempimento derivante da una causa di forza maggiore (l’ordine insuperabile dell’autorità), se da un lato determina l’estinzione dell’obbligazione, dall’altro lato obbligherà il produttore a restituire al local promoter quanto da questo già corrisposto a titolo di controprestazione.

In conclusione, dal combinato disposto degli artt. 1218, 1256 e 1463 e 2033 c.c. discende che il debitore è liberato dalla prestazione se questa è divenuta impossibile per forza maggiore qual è un ordine dell’autorità in alcun modo riconducibile alla volontà dell’obbligato per ciò solo oggettivamente impossibilitato ad eseguire la prestazione.

In tale ultima ipotesi, se è escluso un obbligo risarcitorio in capo al debitore, egli è comunque tenuto a restituire quanto eventualmente versato dalla controparte che abbia già dato esecuzione al proprio obbligo. L’art. 1463 c.c. infatti trasla sul debitore il rischio della controprestazione; diversamente argomentando, si determinerebbe in capo a quest’ultimo una situazione di indebito oggettivo, vietata ai sensi e per gli effetti dell’art. 2033 c.c..

Per questo motivo, la disciplina delineata dal codice civile troverà applicazione sempre:

  • nei rapporti tra local promoter e produttore, fatta salva la diversa regolamentazione del loro rapporto tramite contratto;

  • nei rapporti tra local promoter e utente, con conseguente nullità di clausole derogatorie ai sensi e per gli effetti di quanto previsto dagli artt. 33 e 36 del codice del consumo.

Si è detto che, al contrario, non è dovuto il rimborso del prezzo all’acquirente del biglietto in caso di rinvio dello spettacolo impedito per causa di forza maggiore entro un termine ragionevole.

Occorre fare una premessa sulla base dei principi del diritto civile: il termine ”ragionevole” è da intendersi con riguardo a quelle che sono le usuali consuetudini del settore; in altri termini, bisogna considerare il tipo di spettacolo e quella che può essere la ragionevole attesa dello spettatore per un simile evento. Per intendersi, un concerto in uno stadio ha tempi di preparazione e di attesa sicuramente più lunghi di quelli di una band cittadina in un teatro parrocchiale.

Nel caso in esame lo spettacolo non è definitivamente annullato, ma solamente rinviato al momento immediatamente successivo al cessare del divieto imposto dall’autorità. Il termine immediatamente è da valutare in relazione al tipo di evento, per le ragioni appena esposte.

Gli articoli 1218 e 1256 c.c. in materia di responsabilità contrattuale stabiliscono che il debitore è responsabile per l’inadempimento dell’obbligazione fino al limite della possibilità della prestazione. In particolare, l’art. 1256 c.c. al secondo comma prevede espressamente che “se l’impossibilità è temporanea, il debitore finché essa perdura non è responsabile del ritardo nell’adempimento. Tuttavia, l’obbligazione si estingue se l’impossibilità perdura fino a quando, in relazione al titolo dell’obbligazione o alla natura dell’oggetto, il debitore non può più ritenersi obbligato a eseguire la prestazione ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla”. Finché perdura l’impossibilità temporanea non imputabile al debitore, quindi, egli non può considerarsi nella situazione di chi ritarda ad adempiere perché tale forma di impossibilità rende inesigibile la prestazione fino al momento in cui sarà possibile eseguirla, “come se spostasse fino a quel momento il termine originariamente convenuto” (Giorgianni, L’inadempimento – Corso di diritto civile, terza edizione, pag. 90. Lo stesso Autore a titolo esemplificativo, fa riferimento al caso in cui, a fronte di un atto della pubblica autorità, sia impedito per un certo periodo di tempo il commercio di certe merci, per cui in tale ipotesi “è chiaro che ove un’obbligazione avente ad oggetto tali merci scada in quel periodo il debitore non può adempiere alla scadenza, ma soltanto quando abbia termine il divieto di commercio”).

In buona sostanza, ciò che si verifica in caso di impossibilità sopravvenuta della prestazione è la “sospensione” del contratto, per tutto il tempo per cui perdura l’impedimento. Con la conseguenza che a seguito della cessazione della causa che rende la prestazione temporaneamente impossibile, rivive il rapporto obbligatorio secondo il suo originario assetto e, quindi, l’obbligo di eseguire la prestazione in capo al debitore che, per l’effetto, è tenuto ad eseguirla.

L’impossibilità temporanea della prestazione produce efficacia estintiva dell’obbligazione solo se in relazione al titolo dell’obbligazione o alla natura dell’oggetto:

  1. il debitore non può più essere ritenuto obbligato ad eseguire la prestazione, divenuta per esempio, eccessivamente onerosa;

  2. il creditore non ha più interesse a conseguirla perché la prestazione non è più “utile”.

Si valuta dunque la ricorrenza o meno della fattispecie di cui al numero 2) che precede. Se l’impossibilita è temporanea e non dura oltre il tempo considerato essenziale per l’esecuzione nell’interesse di ciascuna parte o di entrambe, si darà solo l’effetto di esentare il debitore da responsabilità per ritardo: solo la tempestività dell’esecuzione è in tali casi impossibile, non l’esecuzione stessa. Per questo motivo, la legge prescrive che l’interesse del creditore alla prestazione (l’utilità) dovrà essere valutato in relazione al titolo e all’oggetto dell’obbligazione, non assumendo rilevanza gli interessi meramente soggettivi e non espressi, almeno indirettamente, nel titolo dell’obbligazione.

Quanto sopra anticipa la risposta alla seguente e consequenziale domanda: nel caso lo spettatore non possa o non voglia partecipare allo spettacolo rinviato, ha diritto alla restituzione del costo del biglietto ?

E’ escluso l’obbligo del rimborso allo spettatore che non solo non voglia presenziare allo spettacolo rinviato, ma anche che non possa, per motivi che il local promoter non poteva essere tenuto a sapere e che sono, dunque, irrilevanti. Insomma, la valutazione dell’utilità che deve permanere nel creditore a ricevere la prestazione che gli è dovuta (lo spettacolo), deve essere valutata in maniera oggettiva, sulla base di quel che è ragionevole attendersi in casi del genere in cui, evidentemente, non è ipotizzabile che nel fissare la data del rinvio si valutino le disponibilità di tutti gli spettatori.

Ciò anche in ragione del più generale canone di buona fede oggettiva di cui all’art. 1175 c.c. che, nel sancire il generale dovere di cooperazione delle parti di un contratto, rinvia anche alla tolleranza che il creditore (lo spettatore) deve consentire nel ricevere una prestazione non esattamente conforme a quella pattuita o eseguita con modalità diverse; sempre che non sia compromessa l’utilità sostanziale derivante dall’esecuzione della prestazione.

Nel caso di specie, l’offerta da parte del debitore (local promoter) di rinviare lo spettacolo ad altra data, in un tempo determinato entro il quale sia presunto l’interesse del creditore (spettatore) alla prestazione, non determina una compromissione dell’utilità sostanziale della stessa, posto che la causa, ovvero l’interesse che ha spinto lo spettatore ad acquistare il biglietto, è rappresentato dal suo interesse (oggettivamente valutabile) a prendervi parte, a prescindere dalla data in cui questo verrà eseguita. Questo, a maggior ragione, ove si consideri il fattore temporale, vale a dire il momento in cui lo spettacolo o l’evento deve svolgersi, non rappresenta un elemento essenziale del contratto. La “data” dell’evento, infatti, non è oggetto di contrattazione tra le parti, essendo imposta direttamente e unilateralmente dall’artista e/o dal produttore dell’evento. In altre parole, è un elemento non negoziabile al quale lo spettatore che intende partecipare all’evento è tenuto ad adeguarsi. Diverso è il caso in cui lo spettacolo debba svolgersi in occasione di accadimenti legati ad un determinato momento temporale (a titolo esemplificativo, il “concerto di Capodanno”). In tale ultima ipotesi, infatti, proprio il ricorrere della festività, costituisce un elemento essenziale del contratto. Con la conseguenza, da un lato, che l’impossibilità sopravvenuta della prestazione, ancorché temporanea, assume il carattere della definitività in ragione dell’essenzialità del termine e, dall’altro lato, che il debitore, impossibilitato alla prestazione, sarà tenuto a restituire quanto “indebitamente” ricevuto.

Ne discende, quindi, un ulteriore corollario: se la prestazione divenuta impossibile ritorna possibile a seguito del venire meno della causa impeditiva, il rinvio dello spettacolo ad altra data, in assenza dell’essenzialità del termine e in un tempo determinato, entro il quale sia presumibile il permanere dell’interesse (ripeto, valutabile oggettivamente) del creditore (spettatore), non determina una compromissione dell’utilità sostanziale della prestazione.

Pertanto, la conservazione della causa del contratto tra local promoter e spettatore che giustifica lo spostamento patrimoniale, determina il venir meno del presupposto stesso dell’indebito oggettivo e, dunque, dell’obbligo di restituire il costo del biglietto.

Se infatti la disciplina della ripetizione di indebito si fonda sul generale principio di giustificazione causale della prestazione, vien da sé che in caso di rinvio della data dell’evento, la controprestazione che ha dato causa al pagamento è comunque garantita allo spettatore, sebbene al primo momento utile successivo alla cessazione della causa impeditiva. Pertanto, laddove il creditore intenda comunque agire per la ripetizione dell’asserito indebito, ai sensi di quanto previsto dall’art. 2033 c.c. avrà l’onere di dimostrare l’inesistenza della causa giustificativa del pagamento, ovvero, il suo essere venuta meno, essendo tale inesistenza un elemento costitutivo della domanda di indebito oggettivo ex art. 2033 c.c. (cfr., Cassazione Civile, sez. IV, 23 ottobre 2017, n. 24948; Tribunale di Roma, 14 gennaio 2016, n. 642; Cassazione Civile, sez. III, 25 gennaio 2011, n. 1734; e, Cassazione civile, sez. III, 17 marzo 2006, n. 5896).

Per quanto in questa sede di interesse, la natura eccezionale e temporanea dei provvedimenti dell’autorità, determina che prescrizioni e i divieti sono destinati a durare per un tempo limitato e, comunque, non oltre la durata della situazione di pericolo da fronteggiare. Per questo motivo, al venire meno della situazione emergenziale, la prestazione dapprima impossibile per causa di forza maggiore, torna ad essere possibile quindi nuovamente esigibile da parte del creditore (spettatore). Nel caso in cui il debitore offra quindi di rinviare lo spettacolo ad altra data utile entro un tempo ragionevolmente breve, garantendo la partecipazione a tutti coloro che avevano acquistato il titolo, non si ha alcuna compromissione dell’utilità sostanziale della prestazione poiché si conserva la causa, ovvero l’interesse che ha spinto gli spettatori ad acquistare il biglietto, anche se taluno di essi per motivi propri non conoscibili al local promoter è impossibilitato a partecipare allo spettacolo.

Se per ottenere il rimborso del biglietto dello spettacolo rinviato è esclusa la rilevanza dei motivi personali che impediscono la partecipazione allo spettacolo da parte dei singoli spettatori, a maggior ragione, è irrilevante la loro mutata volontà.

Il permanere della causa del contratto, pertanto, giustifica l’avvenuto spostamento patrimoniale che si è determinato con l’acquisto del titolo, con conseguente venir meno del presupposto stesso dell’indebito oggettivo e dell’obbligo di restituzione.

Questo orientamento trova conferma nel decreto legge 17 marzo 2020, n. 18 (in Gazz. Uff., 17 marzo 2020, n. 69) recante “Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19. (Decreto Cura Italia)”. Il decreto emergenziale, non ancora convertito al momento in cui la presente nota è stata scritta – che, quindi, sul punto potrebbe risultare superata da eventuali modifiche in sede di conversione – all’articolo 88 affronta il tema del “Rimborso dei contratti di soggiorno e risoluzione dei contratti di acquisto di biglietti per spettacoli, musei e altri luoghi della cultura”. La disposizione tratta espressamente dell’impossibilità sopravvenuta della prestazione riguardo agli spettacoli al secondo comma: “A seguito dell’adozione delle misure di cui all’articolo 2, comma l, lettere b) e d) del decreto del Presidente del Consiglio 8 marzo 2020 e a decorrere dalla data di adozione del medesimo decreto, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 1463 del codice civile, ricorre la sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta in relazione ai contratti di acquisto di titoli di accesso per spettacoli di qualsiasi natura, ivi inclusi quelli cinematografici e teatrali, e di biglietti di ingresso ai musei e agli altri luoghi della cultura.”

Il comma successivo del medesimo articolo appena citato recita: “I soggetti acquirenti presentano, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, apposita istanza di rimborso al venditore, allegando il relativo titolo di acquisto. Il venditore, entro trenta giorni dalla presentazione della istanza di cui al primo periodo, provvede all’emissione di un voucher di pari importo al titolo di acquisto, da utilizzare entro un anno dall’emissione.”

Con questa previsione, in via generale ed astratta, si è sostituita la valutazione della ragionevolezza, altrimenti da effettuarsi caso per caso, e si è fissato in un anno il termine “ragionevole” per legge entro il quale lo spettacolo può svolgersi nuovamente. Diciamo che la soluzione non corrisponde ai principi elaborati dalla dottrina e dalla giurisprudenza civilistica, ma ha carattere derogatorio – e, dunque, eccezionale -, ampiamente giustificato dalla grave situazione emergenziale tuttora in corso.

Il quarto comma stabilisce infine il limite temporale dell’impossibilità: “Le disposizioni di cui ai commi 2 e 3 si applicano fino alla data di efficacia delle misure previste dal decreto del Presidente del Consiglio 8 marzo 2020 e da eventuali ulteriori decreti attuativi emanati ai sensi dell’articolo 3, comma l, del decreto legge 23 febbraio 2020, n. 6.”

Purtroppo, ad oggi, le misure sono ancora in vigore ed è forte l’auspicio che cessino quanto prima, che la vita normale torni presto e il mondo dello spettacolo riaccenda le sue luci. Lo speriamo tutti.

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