Distanza minima tra fabbricati e azione per il rispetto delle distanze da veduta

Cassazione n. 15070/2018: Infungibilità tra azione rivolta a far valere la distanza minima tra fabbricati e azione per il rispetto delle distanze da veduta

La disciplina delle distanze tra fabbricati rinviene il proprio principale riferimento normativo nell’art. 873 del Codice Civile, ai sensi del quale: “Le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute a distanza non minore di tre metri. Nei regolamenti locali può essere stabilita una distanza maggiore”. Detta norma risulta integrata dall’art. 9 del D.M. n. 1444/1968, che trattando dei limiti di distanza tra i fabbricati, fissa la distanza minima tra fabbricati di dieci metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti. Le disposizioni richiamate rispondono a ragioni di ordine generale di igiene e prevenzione di incendi e furti.

Diverso invece il fondamento della disciplina che regola la distanza necessaria per l’apertura di vedute dirette o balconi., che, norma dell’art. 905 c.c., è vietata quando tra il fondo del vicino e la faccia esteriore del muro in cui si aprono le vedute dirette non vi sia la distanza di un metro e mezzo. Il limite che viene sancito è volto alla tutela dell’altrui discrezione, in quanto le vedute, consentendo l’inspectio e la prospectio in alienum, possono potenzialmente incidere sul diritto alla privacy del vicino.

Con la pronuncia n. 15070/2018, la Seconda Sezione della Cassazione ribadisce la diversità di ratio che ispira l’una e l’altra disciplina e la conseguente infungibilità delle relative azioni.

Una proprietaria conveniva in giudizio i vicini lamentandosi che questi, nel sopraelevare il proprio immobile sito al confine con la proprietà attorea, avessero conseguito una illegittima servitù di veduta sul suo fondo e domandando al Giudice l’eliminazione di tale veduta. La domanda, tuttavia, non faceva alcuna menzione all’eventuale violazione delle distanze da parte della costruzione in sopraelevazione. Ciononostante il Giudice di primo grado, con decisione confermata dalla Corte di Appello, assumeva, quale parametro per valutare la sufficiente distanza della veduta, le disposizioni del Piano regolatore del Comune dell’attrice, invero regolatrici la distanza tra costruzioni. Le distanze ivi previste venivano ritenute violate, con conseguente condanna dei convenuti. Impugnata per Cassazione, la sentenza veniva ribaltata sulla base del principio per cui «la domanda volta a far valere il rispetto delle distanze tra costruzioni è domanda affatto diversa da quella invece finalizzata a far valere la violazione della distanza da veduta, essendo la prima diretta ad evitare la formazione di intercapedini dannose (art. 873 c.c.), l’altra a tutelare il proprietario del bene dall’indiscrezione del vicino (art. 907 c.c.. La domanda dell’attrice era volta unicamente a sanzionare l’illegittima realizzazione della veduta a distanza inferiore a quella legale e, pertanto, il Giudice era incorso nel vizio di ultrapetitum, erroneamente giudicando la violazione delle distanze tra edifici in assenza di una specifica domanda avanzata dall’attrice in tal senso.